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Perché una Trans March?

Ancora oggi, la transessualità rimane una condizione sconosciuta ai più, spesso giudicata e discriminata. Frequentemente, il transessuale è confuso con il travestito, a volte è persino etichettato come qualcuno di “molto gay”. La discriminazione che la società esercita nei confronti delle persone transessuali si basa sull’incapacità di inserirle in quelli che sono dei modelli tipici.
Infatti una persona transessuale è un individuo nel quale sesso biologico e identità di genere non coincidono: questa persona non si identifica con il suo sesso biologico perché si sente e vuole essere riconosciuta come appartenente al genere opposto. Ad oggi infatti queste persone vengono emarginate e discriminate in tutti gli ambiti della vita, inclusi quelli che permettono il raggiungimento di autonomia e soddisfazione personale come il lavoro o l’istruzione. Purtroppo molto spesso la paura del diverso sfocia nella violenza: secondo una ricerca condotta da Transgender Europe, dal 2008 al 2012 nel mondo sono stati 1123 gli omicidi che hanno coinvolto individui trans. Venti di essi hanno avuto luogo in Italia.

Per commemorare le vittime da transfobia e per portare l’attenzione sulla continua violenza subita dalla comunità transgender, ogni anno, il 20 novembre, ricorre il Transgender Day of Remembrance (TdoR). Questa giornata venne istituita nel 1998 da Gwendolyn Ann Smith, graphic designer, giornalista e attivista trans, in memoria di Rita Hester, una trentaquattrenne transessuale, brutalmente assassinata ad Allston, Massacchussetts, il 28 novembre dello stesso anno. Dalla sua istituzione, il TDoR si è lentamente evoluto da web-comics project a una giornata di mobilitazione internazionale. Nel 2010, il TDoR è stato osservato in oltre 185 città in oltre 20 paesi. In genere, un memoriale TDoR include una lettura dei nomi di coloro che hanno perso la vita durante l’anno precedente, e può includere altre azioni, come veglie a lume di candela, mostre d’arte, proiezioni di film e marce.

Da diversi anni anche a Torino, intorno al 20 novembre, vengono organizzati eventi commemorativi. Quest’anno la ricorrenza verrà celebrata con una vera e propria Trans March, evento mai organizzato prima d’ora in Europa: l’intenzione è quella di uscire allo scoperto, andare per le strade, con uno spirito non più soltanto di silenziosa commemorazione, ma anche di rivendicazione determinata per un futuro di maggiori garanzie e diritti.

Diritto e transessualità

Il termine “diritto” è spesso una parola curiosa. Quali tutele (non) offre il panorama giuridico italiano alle persone che non rientrano nelle categorie previste dal rigido binarismo di genere della nostra società?

Ad oggi in Italia non esiste una legge atta a contrastare la transfobia (così come l’omofobia, la lesbofobia e la bifobia): manca, infatti, qualsiasi riferimento all’identità di genere come esplicito fattore di discriminazione. Una simile falla nel sistema legislativo non può che alimentare un clima discriminatorio e oppressivo, dove persino le segnalazioni di aggressioni verbali o fisiche sono limitate a causa di un contesto socioculturale che non incoraggia la denuncia. In particolar modo i mass media trattano spesso il tema in maniera superficiale, sminuente o, nei casi più gravi, come semplice fatto di cronaca. Riteniamo pertanto necessaria un’estensione della legge Mancino, che porti ad introdurre l’aggravante nei reati motivati dall’odio e dalla violenza sulla base dell’identità di genere (nonché dell’orientamento sessuale).

La principale legge che, nel nostro Paese, disciplina le norme in materia di riassegnazione del sesso risale a più di 30 anni fa (n. 164/82). A questa legge vengono riconosciuti due grandi limiti.
In primo luogo, la possibilità del cambiamento di sesso è subordinata a un giudizio di “idoneità”, formulato attraverso una perizia, sulla base delle caratteristiche psicologiche e sessuali del soggetto. Di fatto molte persone transessuali lamentano frequenti errori diagnostici, eccessive lunghezze e costi per la perizia; in generale, viene rivendicata la possibilità di autodeterminazione della propria condizione di vita transessuale.

L’altra grande questione è che la legge italiana riconosce il cambiamento di genere e di nome esclusivamente dopo l’intervento di riassegnazione. Questa limitazione non tiene conto del fatto che molte/i transessuali, sia MtF che FtM, non sentono indispensabile il ricorso all’intervento chirurgico di riattribuzione del sesso, pur sentendo forte la necessità del cambiamento di genere da esprimersi attraverso la modifica del nome.
Riteniamo indispensabile che la legge 164/82 venga aggiornata, in modo da abbreviare i tempi e facilitare le procedure per il cambio di sesso, ove questa operazione sia realmente desiderata, ma anche in modo da garantire la possibilità di ottenere il semplice cambio del nome, come già avviene in altri Paesi europei, in particolare Olanda e Germania.

E l’università?

L’università è sicuramente un’istituzione centrale nella lotta alla transfobia, come nella lotta a tutte le discriminazioni. L’Università di Torino è stata sicuramente innovatrice nell’introdurre, per prima in Italia nel 2006, il doppio libretto per gli studenti e le studentesse in transito, strumento messo da parte per ragioni burocratiche e reintrodotto recentemente grazie all’intervento della componente studentesca.

Ma il contributo dell’università non può limitarsi a questo. Manca infatti l’informazione sugli strumenti che gli atenei mettono in atto per contrastare i comportamenti discriminatori, che vengono quindi fortemente depotenziati, fino ad essere talvolta inutili. Quasi nessuno studente e nessuna studentessa conosce l’esistenza della consigliera di fiducia né del doppio libretto né del Comitato Unico di Garanzia.

L’università è un luogo fondamentale per la costruzione di una cultura che contrasti il patriarcato e l’eteronormatività. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una progressiva riduzione dei corsi e dei percorsi formativi – già scarsi in partenza – che avevano attenzione a questi temi, con il conseguente effetto di dare alle studentesse e agli studenti una formazione deficitaria e una rappresentazione della realtà falsata dall’essere centrata sulla figura del maschio bianco eterosessuale. I temi relativi al genere, all’orientamento sessuale e all’identità di genere rimangono chiusi fuori dalle aule universitarie.

E il lavoro?

Il 25% degli Italiani considera legittimi comportamenti discriminatori verso le persone trans, il 41% non vuole che una persona omosessuale sia insegnante nelle scuole primarie e il 28% ritiene che non possa essere un medico. Inoltre il 29,5% delle persone omosessuali ha avuto difficoltà nella ricerca del lavoro  a causa del proprio orientamento sessuale e il 22% ha subito una discriminazione sul lavoro. Secondo uno studio di Arcigay la discriminazione rispetto alle persone trans al momento del colloquio di lavoro è ancora più forte: 45% nel caso degli FtM e 55% nel caso delle MtF.
Questi comportamenti sono nei fatti agevolati dalle politiche del mercato del lavoro. La debolezza degli strumenti contro le discriminazioni dovute all’identità di genere, l’attacco all’articolo 18 quindi alle tutele contro i licenziamenti discriminatori e in generale tutto ciò che precarizza il mercato del lavoro rende più facili, più frequenti i comportamenti discriminatori. Inoltre rimane nel nostro paese un’impostazione fortemente familista del welfare che non aiuta tutti e tutte coloro che per scelta o per imposizione legislativa non rientrano in una famiglia tradizionale.

Consapevoli del lungo percorso ancora da compiere, con rivendicazioni semplici ma forti partecipiamo alla Trans March del 22 novembre, affinché la legislazione si evolva verso una reale tutela della libera espressione dell’identità di genere di tutti/e.

Manifesto congiunto con Collettivo Identità Unite, Officine Corsare, Studenti Indipendenti e Giosef Unito

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